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La crisi di governo che ignora quella del clima

Preso da una certa stanchezza per ciò che accade nella Penisola, rivolgo lo sguardo altrove.

Oltreoceano, ad esempio.

La crisi climatica tra le priorità. L’aumento del salario minimo e delle sicurezze per i dipendenti federali. Una keynesiana al Tesoro.

La notizia è che Oltreoceano, quantomeno, è vivo un rispettabile centrosinistra, che può rivendicare una qualche discendenza con la migliore tradizione di quell’area politica di quel paese. E che propone un programma di reale alternativa a quello degli avversari. Più avanzato, rispetto ai differenti contesti nazionali, di quello che propongono anche tanti fan di Biden italiani.

La crisi climatica colpisce da tempo anche l’Italia. Ma, al contrario di ciò che accade nel discorso pubblico che risuona Oltreoceano, è un po’ come se non esistesse.

Crisi climatica è un’espressione che non si è sentita pronunciare nemmeno una volta nell’arco di ore, durante lo stucchevole dibattito che di recente ha riempito le aule di ciò che rimane del parlamento. E non bastano, a compensare questa mancanza, gli infiocchettamenti sostenibili e i ricami green del discorso del Presidente del Consiglio. Hanno semmai il solo effetto di rimarcare l’assenza della crisi climatica nel dibattito che ne è seguito e la sua sostanziale irrilevanza nell’attuale discussione.

Quella climatica e ambientale è la più grave e più complessa delle crisi che ci troviamo ad affrontare. «Pandemia compresa?» Sì. La pandemia è un’emergenza. Ciò che abbiamo vissuto in questi mesi a causa della pandemia non sarà per sempre. La crisi climatica (capitolo di una più vasta crisi ambientale) la dovremo vivere e affrontare per i prossimi decenni. Secoli, probabilmente. È un’amara realtà, che fatichiamo ancora a percepire.

È una crisi che richiederebbe un ripensamento delle politiche in settori che vanno ben oltre il perimetro dei temi ambientali. Dovrebbe essere il pilastro di un programma di governo a lungo termine. Politiche industriali, politiche economiche e fiscali (chi paga? Giustizia climatica e sociale si tengono insieme), l’energia (la transizione energetica più rapida e su più vasta scala della storia), la salute pubblica, la gestione delle città, l’agricoltura, i trasporti, la gestione e la tutela del territorio, la ricerca scientifica, perfino le politica estera e di cooperazione internazionale.

In sintesi: non un argomento come gli altri. Da relegare agli inserti green dei giornali. Ma una questione che dovrebbe occupare buona parte della discussione pubblica. Soprattutto, in un momento in cui c’è da decidere come progettare un Recovery Plan da 196 miliardi di euro. Dei quali, 74 dovrebbero andare a ciò che si chiama transizione verde.

E invece.

E invece si parla molto di un’altra crisi. Una “crisi di governo”. Che ruota attorno a tutto fuorché a ciò di cui la politica, in Italia e nel mondo, si dovrebbe occupare per i prossimi decenni.

Possiamo riassumere la situazione come segue:

un tizio, che rappresenta solo se stesso e il proprio partitino personale ha deciso che doveva mettere in crisi il governo che sosteneva. Un governo già di suo troppo moderato e che non offre proposte davvero coraggiose e convincenti per affrontare con decisione la crisi climatica e ambientale.

Lo ha fatto per ragioni che non saprebbero spiegare nemmeno i cronachisti politici, che di crisi climatica e ambientale non sanno praticamente nulla ma, in compenso, sono parecchio esperti di retroscena, “geometrie” partitiche, alleanze, scenari di governo e varie chiacchiere sul nulla come quelle fatte durante qualche inutile “maratona televisiva” (ciò che accade quando il giornalismo si trasforma nel bar sport del palazzo).

C’è da dubitare, comunque, che il tizio e il suo partito personale abbiano deciso di abbattere il governo perché gravemente insoddisfatti delle attuali politiche sulla transizione verde ed energetica. E non certo perché ci sia un vasto consenso attorno all’argomento, nella maggioranza e in generale tra i partiti.

C’è da dubitare che la questione sia nei pensieri e nelle priorità anche dei vari “responsabili” che, si dice, dovrebbero correre in soccorso dell’attuale Governo.

Un progetto politico di lungo termine per affrontare le più grandi crisi del nostro tempo, quella climatica e ambientale innanzitutto, non c’era prima di questa crisi di governo ma è improbabile che lo si vedrà dopo. È anzi, oso dire, pressoché impossibile che la “crisi di governo” possa favorire una sua maturazione. Se lo facesse, servirebbe almeno a qualcosa.

L’etimologia della parola crisi rimanda a scegliere, distinguere, giudicare. Una crisi è o dovrebbe quindi costituire un’occasione per compiere scelte. Dovrebbe comportare una cesura, un mutamento di direzione se necessario. Come sarebbe urgente fare per la crisi climatica e ambientale.

Ma non è certo così che affrontano, vivono, raccontano questa “crisi di governo”, questa specie di politica e i professionisti dell’informazione che ne fanno la cronaca. Non interessa farlo.

Non interessa agli ospiti (politici, giornalisti, etc.) dei talk-show e ai loro conduttori, a cui non scappa mai una domanda, una, su temi come la crisi climatica e la transizione energetica. Mai li si vede incalzare i loro interlocutori su queste questioncine da nulla.

Non interessa a certi circoletti di economisti, analisti, fondamentalisti del libero mercato che talvolta si spacciano perfino per sostenitori della scienza ma ignorano la scienza del clima e dell’ambiente. Sull’argomento aprono bocca solo quando si tratta di impartire lezioncine a Greta Thunberg («torni a scuola»), dimostrando peraltro di saperne molto meno sull’argomento. Anche perché non di rado sostengono tesi più o meno negazioniste (a proposito: indispettirà chi le rivolge paternali sull’andare a scuola o chi pensa sia troppo “emotiva” per occuparsene vedere Thunberg parlare di crisi climatica con uno dei climatologi più importanti al mondo).

Non interessa a certi politici logorroici, le cui opinioni godono di un’immensa e immeritata visibilità, che battibeccano a distanza sui social o in TV, che discettano di qualsiasi cosa. Ma non una parola su clima e ambiente (nemmeno sbagliata. Almeno, stimolerebbe una discussione).

Non interessa, va senza dire, ai giornali e ai partiti trumpiani e negazionisti.

Eppure, interessa a una larga parte dell’opinione pubblica globale. Il 64% delle persone pensa che il cambiamento climatico sia un’emergenza globale.

«Combiniamo osservazioni satellitari e modelli numerici per mostrare che la Terra ha perso 28 trilioni di tonnellate di ghiaccio tra il 1994 e il 2017. Il ghiaccio marino artico (7,6 trilioni di tonnellate), piattaforme di ghiaccio antartiche (6,5 trilioni di tonnellate), ghiacciai di montagna (6,1 trilioni di tonnellate), la calotta glaciale della Groenlandia (3,8 trilioni di tonnellate), la calotta glaciale antartica (2,5 trilioni di tonnellate) e il ghiaccio marino dell’Oceano Antartico (0,9 trilioni di tonnellate) sono tutti diminuiti in termini di massa […] Il tasso di perdita di ghiaccio è aumentato del 57% dagli anni ’90 […] a causa delle maggiori perdite dai ghiacciai di montagna, dall’Antartide, dalla Groenlandia e dalle piattaforme di ghiaccio dell’Antartide» (Slater et al., Earth’s ice imbalance, The Cryosphere)

«Questi enormi sistemi di ghiaccio terrestre e marino si stanno fondendo alla velocità indicata negli scenari climatici peggiori riportati nei principali rapporti sul clima globale (…) il crollo dal 1994 al 2017 copre un periodo di tempo in cui ogni decennio è stato più caldo del precedente e include anche i 20 anni più caldi mai registrati». Lo riporta un articolo di InsideClimate News che descrive lo studio da cui è tratta la citazione precedente.

Purtroppo le cose, quando parliamo di crisi climatica, non vanno meglio di come pensiamo, come recitava il sottotitolo di un libro pubblicato qualche anno fa. Tendenzialmente, anzi, vanno peggio.

La pandemia dovrebbe essere una lezione. Ma è molto probabile che non lo sarà («l’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva; la storia insegna, ma non ha scolari», diceva Gramsci).

Dopo altri quattro anni persi con un negazionista alla Casa Bianca, questo nuovo decennio è l’ultima chiamata per risolvere i problemi di cui parla la comunità scientifica da decenni. Non si può fallire.

Il decennio si apre Oltreoceano con una piccola speranza di cambiamento e inversione di rotta, che dovrà però essere decisa e drammatica e il meno possibile viziata o rallentata da compromessi e dalle spinte contrarie, fuori e dentro il partito del nuovo presidente.

In Italia si apre invece senza una prospettiva, un indirizzo, un’idea di presente e di futuro all’altezza delle attuali crisi sistemiche e planetarie. Non basta ciò che si è fatto finora anche in Italia. Per una transizione verde ed energetica serve molto di più, molto più rapidamente. E c’è una questione ambientale più ampia, che va dal consumo di suolo all’inquinamento atmosferico.

Che non ci sia un progetto politico davvero convincente, lungimirante, scientificamente informato e solido, su tutto questo e che ci sia una “crisi di governo” nel mezzo di una pandemia è solo un sintomo. Non la causa. Il sintomo dell’incapacità di immaginare azioni collettive, che rispondano a loro volta a una domanda: cosa vogliamo essere tra 50 o 100 anni?

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Immagine di copertina: ogni striscia rappresenta la temperatura media annuale dal 1901 al 2019 in Italia. Fonte: showyourstripes

Comunicatore della scienza. Qui pubblico riflessioni su argomenti vari.

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